La malattia

La demenza di Alzheimer, che prende il nome dal suo scopritore, Alois Alzheimer è una malattia neurodegenerativa, progressiva ed irreversibile, che colpisce il Sistema Nervoso Centrale. È invalidante, ha esordio prevalentemente senile e prognosi infausta.

Alois Alzheimer Aloysius "Alois" Alzheimer (1864 - 1915) è stato uno psichiatra e neuropatologo tedesco, il primo a descrivere un caso di "demenza senile", successivamente definita dal collega Kraepelin morbo di Alzheimer.

La sua ampia e crescente diffusione nella popolazione, l'assenza di una valida terapia, e gli enormi impatti in termini di risorse necessarie (emotive, organizzative ed economiche) che ricadono sui famigliari dei malati, la rendono una delle patologie a più grave impatto sociale del mondo. È la piú comune causa di demenza. Nel 2010 le stime parlavano di 36 milioni di ammalati di cui 7,3 mln in Europa.

Definizione
La demenza di Alzheimer è una malattia degenerativa del cervello, subdola, progressiva, irreversibile e devastante, che comporta una diminuzione delle capacità intellettive (memoria, attenzione, apprendimento, pensiero, giudizio critico, linguaggio, emozioni, affetti); comportamentali (agitazione, aggressività, vagabondaggio, affaccendamento, attività inappropriata, perdita dell'orientamento spazio-visuale, confusione, difficoltà a vestirsi e a mangiare, incontinenza, alterazioni del ritmo sonno-veglia); modificazioni della personalità e del carattere; disturbi psichiatrici (depressione, ansia, allucinazioni, deliri).

Ipotesi patogenetica
La malattia di Alzheimer colpisce le cellule nervose (neuroni) in diverse regioni del cervello: la corteccia cerebrale (dove si formano il pensiero ed il linguaggio), i gangli della base (molti neuroni contengono acetilcolina, una sostanza chimica importante per la memoria e l'apprendimento) e l'ippocampo (essenziale per la conservazione della memoria).
È caratterizzata da una estesa atrofia cerebrale e dalla presenza di lesioni tipiche: le placche senili e i grovigli neurofibrillari. Sembra che l'alterazione del metabolismo di una proteina (precursore della beta-amiloide) sia alla base della formazione in eccesso con conseguente accumulo della beta-amiloide, una sostanza proteica che induce danno ai neuroni, causandone la morte. Di norma questi frammenti di beta-amiloide sono eliminati, mentre nell'AD, per ragioni ancora sconosciute, si accumulano, formando delle placche dure insolubili.
I grovigli neurofibrillari sono fibre contorte insolubili situate all'interno dei neuroni. Le neurofibrille normalmente sono formate da proteine tau, che costituiscono una parte dei microtubuli (deputati al trasporto delle sostanze nutrienti da una parte all'altra della cellula). Nell'AD la proteina tau è anomala e le strutture microtubulari collassano.

Diagnosi
La diagnosi di AD è definita di esclusione, si tratta quindi in prima istanza di eliminare le altre possibili forme di demenze: demenze primarie, demenze secondarie, pseudodemenza depressiva.
Si giunge alla diagnosi attraverso un percorso che comprende lo screening e l'anamnesi somatica e psichiatrica (esame neurologico, esami di laboratorio, esame cognitivo funzionale, colloquio coi parenti/caregiver, manifestazioni cliniche) insieme ad alcuni esami strumentali (TC, RMN, fMRI*, rachicentesi) dipendentemente dal quadro di presentazione. La risonanza magnetica funzionale, abbreviata RMF o fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) è una tecnica di imaging biomedico per valutare la funzionalità di un organo o un apparato.
Secondo i Criteri di Mc Khann (1984) la malattia può essere definita come:
- possibile: una diagnosi di possibile malattia di Alzheimer è basata sull'osservazione di sintomi clinici e sul deterioramento di due o piu funzioni cognitive (per es. memoria, linguaggio o pensiero) in presenza di una seconda malattia che non è considerata la causa della demenza, ma che rende comunque la diagnosi meno sicura.
- probabile: la diagnosi si qualifica come probabile sulla base degli stessi concetti detti sopra, ma in assenza di una seconda malattia.
- certa: l'identificazione delle caratteristiche placche senili e dei grovigli neuro-fibrillari nel cervello e l'unico modo sicuro per confermare con certezza la diagnosi. La diagnosi di malattia di Alzheimer certa puo essere formulata soltanto mediante biopsia del cervello o dopo che è stata effettuata un'autopsia.

Nuovi criteri diagnostici - Marcatori biologici (2010)
Una revisione dei criteri diagnostici per l'Alzheimer (AD) che dàa maggiore peso ai "biomarcatori" è stata proposta alla Conferenza Internazionale dell'Alzheimer Association (ICAD 2010).
Si è posta maggiore attenzione agli indicatori preclinici e alla condizione definita Mild Cognitive Impairment (MCI).
I biomarker antecedenti la comparsa dei sintomi della malattia renderebbero possibile diagnosi precoce e interventi piu efficaci.
Per quanto riguarda l'analisi di immagine, la riduzione volumetrica di alcune strutture cerebrali determinate con MRI e l'attivitá metabolica cerebrale con tecniche fMRI (MRI funzionale) SPECT (Single Positron Emission Computerized Tomography) e PET (Positron Emission Tomography) stanno dando risultati promettenti sebbene non ancora conclusivi.
Idem l'uso di marcatori per le placche di amiloide (PIB) in studi PET. Dal punto di vista biochimico per ora il marker piu affidabile appare la misura della riduzione di beta amiloide 1-42 combinata con l'aumento di proteina Tau nel liquor. Ovviamente la disponibilitá di terapie capaci di rallentare o fermare il processo patologico rappresenta l'elemento indispensabile per contrastare con efficacia la malattia.

Clinica
La presentazione clinica, sempre multiforme, dipende dalla personalità del singolo paziente, dalle sue condizioni fisiche e psichiche, dall'educazione, dalla cultura, dall'ambiente.
Si usa distinguere 3 fasi della malattia demenziale:
I° fase: dura 3-4 anni; è caratterizzata dalla perdita progressiva della memoria a breve termine e, fra le forme a lungo termine, della memoria episodica; lievi anomalie del comportamento, alterazioni della personalità, disturbi del linguaggio e iniziale disorientamento spazio-temporale accompagnano le turbe mnesiche.
II° fase: dura 2-10 anni; è caratterizzata dalla perdita di ogni tipo di memoria, il malato non è capace di apprendere nuove informazioni, si accentuano le turbe del comportamento, sempre più difficile il linguaggio; si perde e si dà al vagabondaggio, è completo il disorientamento spazio-temporale. Il paziente deve essere aiutato nelle attività quotidiane, non riconosce parenti e amici; perde l'autosufficienza, compaiono afasia, aprassia, agnosia.
III° fase: dura 1-3 anni; è caratterizzata da completa dipendenza dagli altri famigliari e dai caregivers. Non afferra il discorso parlato, mentre riesce ancora a capire la musica e la espressione non verbale. Ha difficoltà a mangiare e a bere, presenta incontinenza urinaria e fecale, deve essere nutrito artificialmente (con rischio di polmonite ab ingestis), presenta ulcere da decubito, fratture, cachessia.
In fase terminale il malato presenta segni di decorticazione; ha perso la capacità di comprendere, pensare, muoversi, nutrirsi, partecipare al mondo esterno: deve essere istituzionalizzato.

Fattori di rischio e di protezione
Nella maggior parte dei casi la demenza è sporadica, correlata all'invecchiamento e al sesso femminile, ma la causa non è l'etá. È altresì possibile che la correlazione col sesso femminile sia di fatto legata ad una questione di longevità.
Sembra che una elevata scolarità serva non tanto a proteggere - sensu stricto - quanto a ritardare la comparsa dei primi sintomi, mentre la somministrazione di estrogeni in menopausa pare protegga, ancora dibattuto l'effetto degli antinfiammatori.

Si riconoscono due forme, una familiare e una sporadica.
l'80% dei casi è sporadico e ad insorgenza tardiva, oltre i 65 anni di età, il 20% dei casi è invece ad esordio giovanile, sotto i 65 anni, ed ha un andamento familiare. Sono note le mutazioni genetiche che codificano per queste due forme.

Terapia
Non disponiamo a tuttoggi di farmaci capaci di prevenire o guarire la malattia.
La terapia farmacologica si basa su:
- Inibitori della acetilcolinesterasi (donepezil, galantamina, rivastigmina): utili a rallentare la malattia (attraverso aumento dell'acetilcolina)
- Memantina: protegge le cellule nervose dagli effetti dell'accumulo di glutammato (neurotrasmettitore eccitatorio, contrasta la sovrastimolazione glutaminergica che danneggia i neuroni.)
- Antiossidanti (vitamina C ed E, curcuma, Selegilina Vitamina E , Coenzima Q10, Estrogeni, Ginkgo Biloba)
- Farmaci per alleviare i sintomi: ansiolitici, antidepressivi, ipnotici, antipsicotici.
La ricerca farmacologia è attualmente orientata verso la sintesi di farmaci antiamiloidei e di vaccini antiamiloide, e verso l'applicazione della terapia genetica e delle cellule staminali. Sempre in studio la possibile utilità di estrogeni, antinfiammatori, statine, chelanti, antiossidanti.

Le terapie di tipo riabilitativo (non farmacologico) risultano particolamente indicate per migliorare il benessere e la qualità di vita degli ammalati e conseguentemente dei familiari, soprattutto se applicate a pazienti singoli o in piccoli gruppi omogenei e nelle fasi più precoci della malattia:
- Interventi riabilitativi: ROT (Reality Orientation Therapy, orientamento alla realtà), Memory training
- Gentlecare
- Validation Therapy
- Musicoterapia
- Pet therapy - AAT animal assisted therapy
- Terapia occupazionale



Immagini di scansioni TAC
Immagine della sezione di un cervello sano contrapposta ad uno affetto da Morbo di Alzheimer